Amare delusioni
televisive
Dopo il forzato addio per l'incidente nella trasmissione
Il Musichiere e l'intervista di Lello Bersani, Totò rientra
sul piccolo schermo nel 1965 in un grande varietà del sabato
sera, Studio Uno, scritto da Castellano e Pipolo, accanto a Mina.
Partecipa a due trasmissioni: nella prima canta insieme a lei una
sua canzone, nella seconda propone un vecchio sketch con Mario Castellani.
Ma provoca sconcerto il fatto che la censura televisiva taglia una
battuta dove ironizzava sugli onorevoli. Allora propone una sua idea
accarezzata da tempo: una storia della comicità teatrale attraverso
ricostruzioni intelligenti di battute di ogni epoca con una introduzione
per dimostrare come si rideva in una determinata epoca, messa a confronto
con battute più fresche e moderne. Fosse stata realizzata e
conservata sarebbe oggi un documento impressionante di dimostrazione
comica: Totò insieme al fidato Castellani, impiega diversi
mesi per ricostruire e ricercare vecchi copioni brillanti, ma i produttori
alla fine, decidono di proporre e realizzare una serie di 9 telefilm
a cura di Daniele D'Anza girati alla meglio e in gran fretta; cinque
episodi autoconclusivi in cui lui è protagonista assoluto,
e altri quattro nei quali il principe è costretto a dividere
la scena con le mode del momento (il bravissimo Ubaldo Lay furoreggiante
in quel periodo come Tenente Sheridan) e con i cantanti e complessi
musicali più in voga. Una disgraziata operazione nella quale
ci si mette di mezzo una implacabile censura televisiva, che richiede
di rigirare interamente un'episodio, Il tuttofare, e modificarne parecchi
altri. D'Anza intanto viene chiamato a girare lo sceneggiato Abramo
Lincoln e la direzione passa a Bruno Corbucci, fratello di Sergio,
il quale ce la mette tutta per finire in tempo ma non ci riesce; il
12 aprile 1967 gira lo sketch del contrabbasso del telefilm Totò
ciak: tre giorni più tardi l'attore muore lasciando incompleta
la serie. Gli ultimi giorni
Gli ultimi giorni del principe sono densi, quasi sovraccarichi
di lavoro. Nonostante la malattia continua ancora a fumare una sessantina
di sigarette e bere una quindicina di tazze di caffè, la sua
normale razione quotidiana, e i progetti si accavallano: appare in
un ruolo da guest star nel film di Dino Risi Operazione San Gennaro;
Ugo Gregoretti, regista graffiante e sarcastico famoso per Omicron
e Il pollo ruspante, che aveva già lavorato con lui nel 1964
in un episodio grottesco e riuscito del film Le belle famiglie, lo
vuole nella parte del giudice nello sceneggiato Il circolo Pickwick
da Charles Dickens; gli viene proposta una parte ne I fratelli Cuccoli,
tratto dal romanzo di Aldo Palazzeschi; anche Luchino Visconti pensa
a lui per il ruolo ambizioso di Antonio Petito; infine progetta un
rientro sul palcoscenico con Napoli notte e giorno di Raffaele Viviani,
diretto da Giuseppe Patroni Griffi. Viene chiamato da Nanni Loy per
interpretare la parte di un anarchico nel film Il padre di famiglia,
e l'unica scena che gira, il 13 aprile 1967, è quella di un
funerale. Un triste presagio. Morirà infatti realmente alle
3.30 del mattino del 15 aprile 1967, stroncato da una serie improvvisa
di tre infarti, sopraggiunti proprio dopo una periodica visita di
controllo quando sembrava che il cuore non corresse alcun pericolo.
La sua salma rimane vegliata dentro casa per ben due giorni, con tutte
le personalità politiche e dello spettacolo a commemorarlo
e a rimpiangerlo; il 17 aprile 1967 viene portato sull'autostrada
in un ala ininterrotta di folla a Napoli, sua città natale,
e lì si svolgono i funerali solenni in mezzo a una folla strabocchevole,
valutata in circa 200.000 persone. L'orazione funebre viene tenuta
da Nino Taranto, mentre Peppino De Filippo, impossibilitato a venire,
manda un telegramma da Salsomaggiore Terme. Viene sepolto nella tomba
di famiglia del Cimitero del Pianto, sulle colline partenopee, accanto
ai genitori e all'amata Liliana Castagnola. Franca Faldini diventerà
giornalista professionista nel 1968 e racconterà in un emozionante
scritto del 1977, Quindici anni con Antonio de Curtis, l'uomo umano
(come lei lo definisce) che faceva capolino nella vita privata del
grande artista. Liliana De Curtis, l'unica figlia del comico, oggi
si prodiga per mantenere vivo il ricordo del grande padre. La
seconda rivalutazione
Cinque anni dopo la sua morte inizia un imprevisto e fulmineo
revival del grande attore, iniziato nel 1971 con proiezioni di soppiatto
nei cinemini di periferia dei film come Totò a colori o Miseria
e nobiltà (si racconta che qualcuno vide persino Michelangelo
Antonioni, il celebre regista dell'incomunicabilità, uscire
visibilmente soddisfatto da una sala dove si proiettava un suo film)
fino ai passaggi televisivi sempre più massicci, per approdare
al mercato delle videocassette e dei DVD. Per non parlare degli spot
pubblicitari, alcuni piuttosto discussi; per finire con libri, dischi
e gadget editoriali di ogni tipo. Su Totò si è già
scritto praticamente tutto e, per fortuna, molto a proposito. Sulla
sua arte il principe era drastico, diceva infatti: "Gli attori
sono solo venditori di chiacchere. Il falegname, almeno, costruisce
qualcosa che dura: il tavolino che fabbrica continua a resistere,
nel tempo, dopo di lui. Noi attori, al massimo, se abbiamo molto successo,
duriamo una generazione." E' stato forse l'unico attore italiano
(e non solo) ad aver conquistato la quinta generazione. |