Il malinconico
rientro
Costretto a lavorare senza fermarsi, con la malattia agli
occhi che peggiora sempre più (subisce due distacchi di retina
durante le lavorazioni di La legge è legge con Fernandel e
La cambiale, in cui si produce in un autentico pezzo di bravura nella
scena del tribunale) l'attore è costretto ad accettare qualsiasi
copione gli capiti sotto mano, anche di infimo livello; i produttori
non si fidano più a lasciarlo solo e gli affiancano partner
in molti casi gradevoli come Agostino Salvietti, Erminio Macario,
Ugo Tognazzi e un grande Nino Taranto, oltre al prediletto Peppino
De Filippo, oltre ad infarcire i suoi film di melense storie d'amore
parallele; infine lo utilizzano (ma ancora una volta sarebbe meglio
dire sfruttano) come veicolo di lancio per cantanti come Johnny Dorelli,
Fred Buscaglione, Rita Pavone e Adriano Celentano, meteore stucchevoli
come il compianto Pablito Calvo (1948-2000) interprete di Marcellino
pane e vino. Gli intellettuali, che negli anni Trenta stravedevano
per lui, adesso non lo considerano quasi più, tranne qualche
sortita sporadica di Aldo Palazzeschi, Giuseppe Marotta e Mario Soldati.
Qualche volta, purtroppo poche, sono state le vere occasioni importanti:
Eduardo De Filippo per Napoli milionaria, Vittorio De Sica per L'Oro
di Napoli, Mauro Bolognini per Arrangiatevi!, e Sergio Corbucci, forse
l'ultimo regista brillante importante per il comico, autore con lui
di almeno due film da rivalutare ampiamente, I due marescialli e Gli
onorevoli. Nel tempo libero rimasto compone canzoni (la più
celebre è Malafemmena, composta nel 1951 e dedicata alla moglie
Diana Bandini, conosciuta in tutto il mondo ed eseguita da un'infinità
di cantanti), e poesie: famosa La livella, sulla morte che uguaglia
le differenze sociali delle persone durante la vita, legge (o meglio
si fa leggere) i romanzi gialli di Georges Simenon dei quali è
un grande appassionato (e si entusiasmerà vedendo il Maigret
superbamente reso da Gino Cervi nella prima serie di telefilm del
1964/65) ed estrinseca la sua grande generosità aiutando economicamente
e con grandissima discrezione i più bisognosi, e inoltre curando
e assistendo amorevolmente in un canile fuori Roma da lui fatto costruire,
ben 220 cani randagi salvati dalla morte per strada o percossi dalle
botte. Signori si nasce, appunto... La prima rivalutazione
Nel 1963 si pubblicizza massicciamente una grande notizia:
il principe sta per interpretare il suo centesimo film, il suo primo
interamente drammatico, Il comandante, malinconica storia di un generale
in pensione scritta da Rodolfo Sonego (sceneggiatore di fiducia di
Alberto Sordi) e diretta da Paolo Heusch, regista romano di documentari
conosciuto dagli appassionati per aver girato nel 1958 il primo film
di fantascienza italiano, La morte viene dallo spazio, che Totò
aveva provveduto immediatamente a trasformare in parodia, Totò
nella luna. In realtà si tratta dell'86° film, ma la mania
della cifra tonda farà sempre capolino per innescare una serie
di festeggiamenti. Lello Bersani lo intervista in una celebre rubrica
televisiva (il primo approccio di Totò sul piccolo schermo
in tv fu disastroso: ospite d'onore in una puntata del Musichiere
di Mario Riva del 1958, il comico si fa scappare incautamente un urlo,
Viva Lauro! che gli costa una sospensione), Oriana Fallaci e Maurizio
Costanzo lo intervistano per i maggiori periodici italiani del tempo,
insomma qualcosa si sblocca. Ma il film di Heusch non ottiene alcun
successo, si rivela un disastro al botteghino nonostante il grande
impegno profuso. E' costretto dunque a rientrare nei ranghi, recitando
curiose rivisitazioni di film mitologici diretti da Fernando Cerchio
(contro Maciste, Cleopatra e il Pirata Nero); esplora il filone notturno
sexy insieme con Erminio Macario nel dittico Totò di notte
n. 1 e Totò sexy, senz'altro il punto più basso della
sua carriera, il secondo addirittura assemblato con gli scarti di
lavorazione del precedente; scopre un potenziale sadico della sua
maschera e del personaggio rimasto finora poco esplorato (si pensi
al balletto nella taverna di Algeri, tutto a spese della ballerina,
in Totò le Mokò di Bragaglia) con i nerissimi Totò
Diabolicus di Steno, nel quale recita ben sei personaggi diversi in
una parodia del genere horror, e soprattutto con il sottovalutato
Che fine ha fatto Totò Baby?, diretto da Paolo Heusch ma firmato
dallo sceneggiatore Ottavio Alessi per ragioni di distribuzione. Qui
la cattiveria del personaggio di Totò raggiunge il limite estremo
in un film all'epoca rifiutato dal pubblico, ma oggi ampiamente da
rivalutare. Fellini, Lattuada, Pasolini
Proprio quasi fuori tempo massimo, quando il grande comico
pensava di avere sprecato il suo talento in filmetti dozzinali, arrivano
le proposte di grandi cineasti ai quali il principe mescola entusiasmo
e perplessità. Federico Fellini lo vuole per il suo progetto
più ambizioso e irrealizzato, Il Viaggio di G. Mastorna, interrotto
per la grave malattia del maestro riminese; Alberto Lattuada nel 1965
gli affida il ruolo del frate Timoteo nella versione di un grande
testo teatrale di Niccolò Machiavelli, La Mandragola; qui le
scene della persuasione di madonna Lucrezia e il dialogo con i teschi
nella cripta, considerate tra le migliori della sua arte, vengono
girate in condizioni impossibili e in clandestinità dentro
un convento di Urbino; la critica lo loda compatta e a quel punto
capisce di essere stato male utilizzato, lasciandosi andare a reminescenze
malinconiche e vagheggiando ancora i suoi due grandi progetti ai quali
teneva tantissimo; la trasposizione di un don Chisciotte della Mancia
e un film da girare interamente muto. Lattuada lo vorrebbe anche come
interprete di un film tratto da una novella di Pirandello, La cattura,
ma questo progetto si arena perché incontra sulla sua strada
uno dei più lucidi scrittori e intellettuali del Novecento,
Pier Paolo Pasolini, il quale lo spoglia di tutta la sua aggressività
e cattiveria per farne un sottoproletario innocente in un film sulla
crisi del marxismo dopo la morte di Palmiro Togliatti, Uccellacci
e uccellini, oggi indubbiamente datato in molti suoi punti, tranne
ovviamente nelle sequenze stupende dei tentativi di evangelizzazione
dei falchi e dei passeretti, uno dei massimi punti della sua arte.
Per questa interpretazione si aggiudica nel 1966 una Palma d'Oro speciale
in segno di omaggio al Festival di Cannes, e un Nastro d'Argento come
miglior attore di quell'anno. Con Pasolini fa in tempo a girare altri
due cortometraggi tra la fine del 1966 e l'inizio del 1967, il più
riuscito La terra vista dalla luna e l'emozionante e poetico Che cosa
sono le nuvole? il suo autentico testamento artistico, nel quale interpreta
la marionetta di Yago nella recita shakesperiana in un teatro dei
burattini che, dopo aver convinto Otello (Ninetto Davoli) a uccidere
Desdemona (Laura Betti) viene distrutta dal pubblico e mandata al
macero in una discarica, dove, prima di morire, si accorge di quella
grande bellezza del creato che sono le nuvole. Questa degnissima conclusione
della carriera cinematografica ha però un'appendice assai deludente
col piccolo schermo. |