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Biografia Di Totò (seconda parte)
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La grande rivista
con Michele Galdieri e Anna Magnani
Con Michele Galdieri stringe un sodalizio inossidabile durato
nove anni, con spettacoli messi in scena dagli impresari Elio Gigante
- il futuro scopritore della cantante Mina - e Remigio Paone. I titoli
bastano da soli per consegnare il tutto alla leggenda: Quando meno
te l'aspetti del 1940, Volumineide del 1941, Orlando Curioso del 1942,
Che ti sei messo in testa? del 1943 e Con un palmo di naso, rappresentata
dopo la liberazione di Roma il 6 giugno 1944. In essi la forza satirica
esercitata in vario modo prima contro il regime fascista e quindi
contro gli occupanti tedeschi, è impressionante: più
volte la censura di regime interviene per modificare battute considerate
irriverenti, ma Totò, rischiando di suo, pronuncia ugualmente
le frasi tagliate suscitando autentiche ovazioni: la Magnani, dal
canto suo, si vanta della propria umoralità di popolana tipica
del personaggio che mette in scena con un linguaggio diretto ed esplicito.
Un sodalizio dunque tra i più riusciti e irripetibili, interrotto
bruscamente dopo la grande rivelazione a livello mondiale dell'attrice
romana con un film epocale diretto dal suo compagno Roberto Rossellini:
Roma città aperta, del 1945. Da quel momento le loro strade
si dividono: la Magnani vincerà un Premio Oscar nel 1955 e
reciterà con i grandi nomi del cinema hollywoodiano come Burt
Lancaster e Marlon Brando, Totò invece rimane fino in fondo
la grande maschera della Commedia dell'Arte in una serie impressionante
di pellicole assemblate alla meglio su canovacci dove l'attore crea
situazioni comiche a suo piacimento. Il primo artefice di questa riscoperta
cinematografica di Totò è l'avvocato umbro Mario Mattoli,
già organizzatore e regista di spettacoli teatrali per la sua
Compagnia Za-Bum, lo scopritore autentico di Vittorio De Sica.
Esplode la Totomania
Il periodo d'oro del comico si può circoscrivere dal
1947 al 1952, quello in certo senso più libero, con parodie
di grande successo che contengono riferimenti satirici piuttosto espliciti,
in molti casi piuttosto pesanti, con l'attualità; il dopoguerra,
la borsa nera, i nuovi arricchiti, la sterilità di chi comanda
(gli onorevoli e i caporali) vengono presi di mira sia sul palcoscenico
con le ultime due grandi riviste di Michele Galdieri, C'era una volta
il mondo del 1947 e Bada che ti mangio del 1949 sia nel cinema. Se
in teatro il successo si amplifica a dismisura (basti pensare al celeberrimo
sketch del vagone letto con Isa Barzizza e Mario Castellani) anche
sul grande schermo centra un successo di pubblico colossale, a partire
da I due orfanelli del 1947 fino a Totò a colori del 1952.
In questi film l'attore si scatena e la comicità di avanspettacolo
è più pura, meno imbrigliata dalle maschere o personaggi
che in seguito, per motivi diversi, alcuni autori tenteranno di cucirgli
addosso. Assediato da proposte di tutti i tipi, senza neanche avere
a disposizione una giornata libera, l'attore lavora continuamente,
girando senza soluzione di continuità alcune sue parodie più
folli dirette dai velocisti Mattoli, Bragaglia, Steno e il giovane
Luigi Comencini. Proprio quando le cose a livello lavorativo sembrano
andare benissimo, alcune tegole oscurano una vita familiare che il
principe, schivo, timido e riservatissimo (esattamente il contrario
da come lo si vede sul set o in palcoscenico) desiderava fosse serena
e tranquilla.
Diana Bandini, che in precedenza si era separata legalmente ma continuava
a vivere accanto a lui, durante un ricevimento conosce e sposa un
avvocato; stesso destino per l'adorata figlia Liliana, che sposa Gianni
Buffardi. Nel 1951 dunque il principe rimane solo, si getta a capofitto
nel lavoro interpretando film prodotti da Carlo Ponti e Dino De Laurentiis,
i quali grazie ai cospicui guadagni delle sue pellicole avevano potuto
allestire una loro società, e corteggia insistentemente una
attrice dal grande fascino, Silvana Pampanini, che però rifiuta
anche un po' a malincuore. Nel febbraio 1952 ha occasione di conoscere
Franca Faldini, altra affascinante attrice romana appena rientrata
da Hollywood dove ha avuto occasione di interpretare un film con Jerry
Lewis e Dean Martin: dopo poco tempo i due andranno a vivere insieme
in un appartamento con dieci stanze in via dei Monti Parioli, e la
Faldini gli starà accanto fino all'ultimo. Avrà da lui
anche un figlio nel 1954, Massenzio, che però nasce prematuro
e vivrà solo poche ore. L'ultimo palcoscenico e
la malattia agli occhi
Negli anni Cinquanta l'attore, osteggiato da una critica
che non vede di buon occhio la sua grande verve comica e scoppiettante,
che gli negherà fino alla fine il riconoscimento di un grande
spessore artistico (forse pensava proprio a certi critici nell'ideare
sferzanti battute come la seguente, tratta dal film di Sergio Corbucci
del 1961 Totò Peppino e la dolce vita: La vita è fatta
di cose reali e di cose supposte: se le reali le mettiamo da una parte,
le supposte dove le mettiamo? ) si fa imbrigliare in trame neorealiste
con Guardie e ladri e Totò e Carolina, massacrato dai tagli
censori; tenta la via pirandelliana con i mediocri La patente di Zampa
e L'uomo la bestia e la virtù di Steno; prova a produrre i
suoi film nel 1955 ma rinuncia dopo i malinconici Destinazione Piovarolo
e Il coraggio, entrambi diretti da Domenico Paolella; si rifugia ancora
nelle predilette farse di Scarpetta, di ambiente napoletano ma tratte
da pochade francesi di fine Ottocento, nella trilogia di Mattoli Un
turco napoletano (sulla bramosia di donne e quindi sul sesso), Miseria
e nobiltà (sulla voglia di cibo e quindi sulla fame) e Il medico
dei pazzi (sulla sanità mentale) che quindi si può considerare
una ideale trilogia dei bisogni primari tipici della maschera napoletana
di Pulcinella, che qui è il voluttuoso Felice Sciosciammocca;
e infine viene utilizzato (meglio sarebbe dire sfruttato) per sconsiderati
esperimenti di cinema come il già citato Totò a colori,
primo film italiano girato a colori col sistema Ferraniacolor, e Il
più comico spettacolo del mondo, primo e unico film italiano
tridimensionale. In queste pellicole la quantità di luce occorrente
era talmente grande che nessuno osava guardare le lampade ad arco
emettenti grandi fasci di luce per paura di ustionarsi la retina;
però, durante una scena di Totò a colori, l'attore un
giorno fugge dal teatro di posa con la parrucca sbruciacchiata e fumante.
Qualcuno ipotizza che proprio quelle luci troppo forti possano aver
provocato un primo danno alla vista, sfociato in un autentico dramma
il 4 maggio 1957, a Palermo, durante una rappresentazione della sua
ultima rivista teatrale, A prescindere, scritta da Nelli e Mangini
e organizzata tirando al risparmio da Remigio Paone. Diventa infatti
quasi completamente cieco nella parte centrale della pupilla (vedeva
soltanto sui lati degli occhi come un vetro appannato), ed è
costretto a rimanere immobile per un anno intero, e proprio quando
l'anno precedente aveva ottenuto un irripetibile successo con alcuni
film memorabili diretti da Camillo Mastrocinque e interpretati con
Peppino De Filippo. Deve però rientrare forzatamente a lavorare
nel cinema poiché un'altra tegola, di natura fiscale, lo colpisce
ormai stanco e malato. Nel 1958 non è più quello che
dieci anni prima conquistava le folle con Fifa e arena e Totò
al giro d'Italia. |
| Fonte >>
Wikipedia |
| Vedi Anche: Biografia
di Totò parte 1 2 3
4 filmografia-
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